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Lettera aperta da chi fa ricerca

  • Immagine del redattore: B4Biology
    B4Biology
  • 1 mag 2018
  • Tempo di lettura: 5 min

In occasione del primo maggio, festa del lavoro, ci sembrava doveroso condividere i pensieri di chi lavora in questo Paese. Oggi vi presentiamo una lettera scritta da una ricercatrice che ha deciso di rimanere anonima perché siano più importanti le parole che chi le pronuncia, perché possano essere rese di tutti e non di una sola persona, perché possano essere condivise come se fossero le nostre. La ricerca in Italia è un argomento delicato di cui bisogna parlare perché non rimanga una cosa "che tutti sanno" ma solo chi è direttamente interessato subisce, i danni alla ricerca sono danni di tutti e tutti dovremmo farci carico del problema.



"Salve a tutti,

sono laureata in biologia come molti di voi e sono una ricercatrice ma la ricerca in Italia, eh, un gran problema.

Dallo stato non ci sono fondi e quei pochi che abbiamo sono tassati con l’IVA al 20%, per cui noi ricercatori paghiamo le tasse per riuscire a spendere qualcosa. 

Purtroppo fare ricerca è molto complicato economicamente, servono macchinari e reagenti veramente costosi, ma se vogliamo avere risultati ottimali sono necessari.

Per fortuna ci sono associazioni come Theleton che finanziano con qualche soldo in più il nostro lavoro. 

Le università ormai sono alla fame, non hanno soldi e quei pochi che hanno li usano per finanziare borse che portano, soldi dall’esterno. Non si può dire nulla, è un ragionamento più che corretto. Il problema è che questi soldi extra dati da molte fondazioni, finisco solo nelle tasche della ricerca biomedica. Ma alla ricerca di base rimangono le briciole. Ciò che spesso si ignora è che la biomedicina e la ricerca di base sono sistemi che lavorano assieme. Senza dati preliminari forniti dalla ricerca di base la biomedicina crolla. Questo è il classico paradosso del cane che si mangia la coda. Ci servono più soldi, ok diamoli a quelli che ne portano altri, il problema è che tra qualche anno “quelli che portano soldi” non avranno più fondamenta per assenza di dati (italiani si intende) di ricerca di base.

La ricerca di base è un ambito molto vasto, si saggiano diversi organismi per vedere se sono adatti ad essere organismi modello. Su questi poi si saggiano diverse cose, sia per implementare la conoscenza di tutti (ricordiamoci che la biologia non è solo uomo, ma altri animali e piante) sia per vedere se si possono utilizzare come modelli per l’uomo.

Ad ogni modo anche nell’ambito della biomedicina non è così facile andare avanti, non c’è gran che da dire, servono più soldi.

È inutile lamentarsi che le università amministrano male i fondi, il problema è che le università non hanno fondi o ne hanno molto pochi.

Ormai siamo arrivati ad una situazione estrema, ci sono persone che lavorano a titolo gratuito e altre che si uccidono di lavoro per avere la possibilità di lavorare un altro anno o due.

I test per i dottorandi e i borsisti nella maggioranza dei casi sono pilotati per favorire chi porterà più soldi, perchè in qualche modo bisogna finanziare le attività visto che lo stato si interessa meno di zero a questa problematica.

Scegliendo i gruppi che portano più soldi si lasciano a casa o si fanno lavorare molte persone a titolo gratuito, nonostante siano persone più che qualificate.

C’è un unico grande problema: per fare ricerca servono fondi, quei fondi devono arrivare dallo stato. 

Sono stata più di qualche mese all'estero in diverse città per lavoro. È una realtà che dovete provare perché i lavoratori lì vivono rilassati e fanno le loro ricerche, hanno fondi per i PhD e per i borsisti, nessuno si azzanna alla gola di un altro per cercare di avere qualche soldo in più.

Io ho iniziato il mio lavoro in un bellissimo laboratorio con persone speciali, con una grande passione e voglia di insegnare. Quando ho iniziato c’erano 2 borsisti, 2 PhD, 8 tesisti magistrali e non so quanti triennali. Dopo qualche anno mi sono ritrovata da sola a mandare avanti un intero laboratori, da sola perché tutti sono stati licenziati con la motivazione “non ci sono soldi”.

Nemmeno per me ci sono soldi per questo ho dovuto accettare un dottorato senza borsa (significa lavorare a titolo gratuito per 3 anni), ho accettato questo posto perché credo fermamente nel nostro lavoro e lo amo alla follia (ma anche perché non volevo lasciare il mio Prof da solo visto che ha fatto tanto per me).

Il problema non è legato solo alla ricerca, ma in generale all'insegnamento, dare una coltura e un metodo logico di pensiero alla generazioni future è la cosa più importante del mondo. 

Io amo iniziare il semestre vedendo gli studenti svogliati, poi, più ore passiamo assieme, più li vedo immersi nella materia, fanno domande su domande e mi chiedono approfondimenti. Alla fine, quando correggo gli esami (non sono assolutamente buona, anzi preferisci dare di meno per spronarli allo studio) e vedo fioccare i 30 e i 30 e lode, so di aver fatto il mio lavoro al meglio e che probabilmente i miei studenti si ricorderanno di me, come io ricordo i professori che mi hanno trasmesso la loro passione.

Lo stesso vale per gli studenti che vengono a fare la tesi triennale o magistrale nel mio laboratorio. Quando si laureano mi fanno dei regali e poi si fanno sentire regolarmente per aggiornarmi su i loro studi o i nuovi lavori. Per me è fantastico, perchè vuol dire che ho lasciato un pezzo di me, della mia passione per il mio lavoro a loro. È una delle emozioni più belle che ho mai provato, ma nonostante la mia passione con gli studenti e nel resto del mio lavoro io continuo a lavorare gratis. Il mio contratto è di 3 anni e io per tre anni non vedrò un soldo. Attualmente non è un problema di soldi e io vado a lavorare a testa alta ogni mattina. Lavoro dalle 12 alle 14 ore al giorno e spesso mi porto il lavoro a casa, ma non è un problema perchè amo talmente tanto quello che faccio che mi dimentico del resto.

Noi ricercatori siamo fatti di amore e passione, per questo continuiamo a lavorare con stipendi da fame o senza stipendio.

Ma voglio parlare anche per me, come si può chiedere ad una persona di lavorare a titolo gratuito per 3 anni? In qualsiasi altra realtà sarebbe inconcepibile, ma all'università è praticamente quasi la normalità.

Forse dovrei andare all’estero ( ho avuto alcune offerte da diversi paesi con il mio curriculum) ma perché dovrei abbandonare il mio paese per fare il mio lavoro?

Quindi io resto e vi guardo a testa alta, rimango qui senza vedere un soldo.

Vi domando, voi dall’alto che decidete su di noi, vi sembra corretto che una persona con due lauree ( una in chimica ed una in biologia) sia costretta a lavorare gratis perchè voi avete deciso che ricerca ed istruzione non sono importanti?

Io ogni giorno vi posso guardare a testa alta, ma voi potete fare lo stesso?

Una ricercatrice Italiana  "


Lettera inviata sulla pagina Facebook B4Biology


Introduzione di Michela Di Criscio

 
 
 

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