Biologia e Filosofia a confronto sul tema delle future generazioni
- B4Biology

- 19 set 2018
- Tempo di lettura: 10 min
Come si affronta il tema delle future generazioni dal un punto di una Biologa ed di un Filosofo.

Se avete aperto questo articolo state per imbattervi in un confronto aperto tra una futura scienziata ed un futuro filosofo. Nonostante la ridondanza di termini, questo post ha lo scopo di analizzare da due punti di vista differenti il concetto di scienza, filosofia e responsabilità. Per far questo una studentessa di biologia molecolare che sta preparando una tesi in epigenetica in ambito riproduttivo ma con una forte passione per l’evoluzionismo (suo primo e grande amore) ed uno studente di filosofia che ha presentato una tesi triennale di filosofia morale con tema la responsabilità verso le generazioni future, si interfacceranno con domande di vario tipo. L’intervista presenta poche domande ma, come potrete capire, è stato un lavoro complicato.
Biologa: Anche se la domanda appare banale, vorrei iniziare l'intervista chiedendoti qual è la correlazione tra filosofia e scienza e quali vantaggi possono trarre l'una dall'altra all'interno del nostro contesto storico.
Filosofo: Immergendosi in una prospettiva meramente storica, vediamo come il legame tra scienza e filosofia sia sempre stato profondo: la storia della filosofia mostra come le due discipline siano intrinsecamente connesse; basti pensare a tutti quei classici come Pascal, Cartesio, Leibniz e Newton, o per arrivare ad autori più recenti, ai filosofi del circolo di Vienna o a Bertrand Russell agli inizi del ‘900. Pensando ai giorni nostri, la questione è invece molto più complessa rispetto al 1600, quando era frequente che un autore si occupasse sia di fisica che di filosofia. Senza entrare nel merito del dibattito odierno tra filosofia analitica e filosofia continentale, che è parte integrante della questione filosofia-scienza-poiché ritengo del tutto inutile perlomeno per questo discorso- ti posso dire quale può essere l’incontro tra i due punti di vista nel campo di mio interesse: l’ambiente e le generazioni future. Per darti una mia opinione sulla questione mi rifaccio a un intervento di qualche tempo fa di Luca Mercalli: in una conferenza che trattava il tema del rapporto tra natura e inquinamento, il meteorologo ha riportato un’immagine interessante per il nostro discorso affermando che uomini e donne di scienza hanno il dovere di riportare i dati, mostrare quali sono le condizioni del nostro pianeta e i danni che causiamo; “noi” umanisti invece, abbiamo il compito di mostrare la via per il cambiamento, come deve comportarsi l’essere umano, qual è l’atteggiamento morale, politico, civile che l’essere umano deve avere verso sé stesso e l’ambiente. Secondo me questa, almeno per il tema ambientale, è una lettura che possiamo tenere per “buona” riguardo la domanda che mi hai posto.
Filosofo: cosa può dare secondo te la scienza alla filosofia
Biologa: Il contributo che la scienza può dare alla filosofia riguarda l’avanzare del sapere e del saper applicare. Nell’ambito del saper applicare abbiamo le biotecnologie che vengono definite come Tecnologie che controllano e modificano le attività biologiche degli esseri viventi per ottenere prodotti a livello industriale e scientifico e quindi sono metodiche che si possono utilizzare per migliorare il benessere comune. Il problema di queste rappresenta il senso stesso di benessere comune e il sottile rapporto che si riscontra spesso tra costi e benefici. Se da un lato abbiamo innovazione, dall’altro abbiamo questioni etiche che la comunità scientifica non può affrontare da sola e che necessitano di un’importante analisi di tipo umanistico. Esistono numerosi hot spot per riflessioni lunghe e controverse come ad esempio la fecondazione assistita o l’utilizzo di OGM. Molti studiosi trovano inappropriatamente vincolanti molti dei pareri espressi su tali questioni ma una cosa risulta certa, una volta nato un dibattito è compito anche della comunità scientifica scontrarsi con l’etica e dimostrare, magari, errori di valutazione. In un contesto come questo, quindi, anche gli addetti ai lavori trovano spunti per un’analisi scientifica più accurata. Pertanto si delinea facilmente uno scenario in cui nuove tecnologie pongono le basi per riflessioni che a loro volta spingono ad un miglioramento delle conoscenze e delle tecniche iniziali permettendo una maggiore coerenza tra i due mondi del sapere umano.
L’altro contributo importante riguarda le conoscenze di base. Se nel caso delle biotecnologie ci ritroviamo davanti a qualcosa di “nuovo” (derivante dal saper applicare) che porta a riflessioni “nuove”, la scienza di base mette in luce qualcosa che prima semplicemente non si sapeva e che può modificare profondamente la nostra opinione su temi importanti e più insiti nell’essere vivente. L’esempio che mi risulta facile presentare è quello della formulazione della teoria della selezione naturale di Darwin pubblicato per la prima volta il 24 novembre 1859. E’ ovvio che in termini filosofici considerare l’uomo come animale derivante da un processo evolutivo guidato dall’ambiente è ben diverso dal considerarlo come un essere non mutabile e creato dal nulla così come lo conosciamo.
Diversamente dalle riflessioni etiche sulle tecnologie, qui si affronta un sapere più elementare che non può essere soggetto a revisioni ma che può generare analisi umanistiche differenti rispetto a quelle precedentemente formulate. In questo caso ritengo che si possa parlare più di un’influenza unidirezionale che parte dalla scienza e che sfocia nella filosofia.
Con questa mia risposta mi pare di capire che ci stiamo comunque capendo e che in questo caso la filosofia e la scienza, anche se a tratti con difficoltà, sembrano comunicare molto bene.
Biologa: In base alle conoscenze attuali come viene inquadrato l’uomo come essere biologico all’interno della storia evolutiva e dell’ambiente?
Filosofo: Malgrado l’antropologia filosofica, gli studi passati e presenti che analizzano l’essere umano, partendo da classici come Feuerbach, passando da Scheler e arrivando a Heidegger, credo che, al di fuori della mera prospettiva biologica, non si possa definire l’essere umano in alcun modo. Ti riporto a tal proposito un frammento di un testo che credo sia molto interessante: Cadenze, note filosofiche per la post-modernità, di Andrea Poma il quale argomenta molto bene a proposito dell’ indeterminatezza dell’essere umano:
L’uomo è un essere indeterminato, che non può essere rinchiuso in nessuna definizione, senza essere deprivato della propria multiformità e della ricchezza sorprendente delle trasformazioni di cui è capace. Questo è il motivo di fondo della pluralità e diversità inesauribile delle culture umane,nelle quali l’uomo costruisce, qualifica e determina se stesso. (...) Se non è possibile porre una definizione dell’uomo, se l’uomo è indefinibile, sembra allora che questa sua indeterminatezza sia, per così dire, la sola caratteristica che lo specifica e che lo distingue dagli altri enti, per esempio dagli animali.
Ritengo molto illuminante questa riflessione perché, a partire da questa impossibilità, che dovrebbe essere disarmante, diventa invece propositiva:
Tale indeterminatezza, tuttavia, non è sufficiente a caratterizzare l’uomo. Essa deve essere integrata almeno da due altri aspetti assai importanti. Se l’uomo è un essere indeterminato, si deve anche aggiungere che l’uomo è un essere altamente determinabile e, infine, che l’uomo è un essere capace di autodeterminazione. Dall’insieme di questi tre caratteri risulta una fisionomia, se non una definizione, dell’uomo, che può essere proficua per una riflessione sull’uomo, nonostante l’impossibilità di muovere da una definizione.
in questo senso, uomini e donne sono liberi di scegliere chi sono, si autodeterminano liberamente e possono costruire nuove storie. Nella società odierna dominata dalla distruzione ambientale, anche oggi si può scegliere secondo me chi siamo, se esseri pleonettici che divorano il pianeta, o esseri in grado di capire i limiti del nostro mondo e che agiscono in virtù della stabilità dell’ecosistema e del rispetto verso le generazioni future.
Filosofo: da un punto di vista scientifico?
Biologa: Ecco, fantastico, mi sono persa! Scherzi a parte...
Da amante della scienza di base trovo che la definizione scientifica più corretta che si possa attribuire all’uomo sia quella tassonomica. La tassonomia è la scienza che si occupa di classificare, un processo che inquadra un organismo in base a caratteristiche oggettive e univoche. Possiamo quindi definire l’uomo come appartenente alla specie Homo sapiens, che implica una progressivo insieme di sinapomorfie (caratteri ereditati da un antenato comune in un gruppo tassonomico). Ciò potrebbe apparire come un semplice modo di schematizzare gli organismi ma in realtà rappresenta qualcosa di decisamente più profondo e che ci mostra che siamo il risultato di una serie infinita di adattamenti. Se da scienziata devo definire l’uomo potrei far “banalmente” riferimento alla tassonomia.
Al giorno d'oggi sappiamo che gli adattamenti che riguardano gli organismi viventi sono scritti sul DNA. Il DNA dice chi siamo, chi eravamo e a chi somigliamo. È una molecola meravigliosa che può darci infinite risposte se analizzata bene. Divagherò un po', ma questo è un argomento che mi affascina particolarmente. Il DNA delle specie è frutto di mutazioni che nel corso del tempo sono state selezionate, ovvero hanno permesso di giungere almeno fino all’età riproduttiva in un ambiente specifico.
Tenersi strette le mutazioni ottimali ad un ambiente, però, non sembra essere l’unico modo che gli organismi hanno per adattarsi. Il DNA può cambiare anche in modo molto repentino e con un sistema che non altera la sequenza, parliamo quindi di una eredità Epigenetica che può riguardare un gruppo di cellule o generazioni. Se ti stai chiedendo come mai sono passata dalla tassonomia al DNA ti rispondo subito. Così come la tassonomia ci indica chi siamo, anche il DNA può farlo! Anzi, quest’ultimo ci definisce in modo ancora più stringente. La sua sequenza viene infatti utilizzata spesso per effettuare classificazioni precise usando marker molecolari mentre l’avvolgimento della doppia elica e le parti più o meno accessibili indicano cosa di ciò che abbiamo ereditato abbiamo “deciso” di esprimere. Insomma ci definisce. Ed è proprio per questa meravigliosa molecola che ho deciso di iscrivermi al corso di biologia continuando poi con biologia molecolare.
Parlando di future generazioni, come ti accennavo prima, c’è qualcosa di estremamente carino da spiegare e che da spunti di riflessione infiniti. Il DNA può subire modificazioni al di sopra della sequenza e queste prendono il nome di modificazioni epigenetiche (l’esempio classico è rappresentato dalla metilazione della citosina). Le modificazioni epigenetiche si verificano per una serie infinita di motivi e riguardano lo stretto rapporto tra la cellula, l’organismo e l’ambiente esterno. In un elegantissimo lavoro di Brian G Dias and Kerry J Ressler ci si rende conto di un incredibile fenomeno. Attraverso questo sistema di modificazioni “al di sopra” è possibile che i genitori determinino caratteristiche comportamentali nei figli. Detto in termini più banali “a definire il comportamento dei figli sarebbero anche le esperienze vissute durante la vita dai genitori”. Per aggiungere “carne al fuoco” ti posso anche dire che l’alimentazione ha una grandissima influenza sulle modificazioni epigenetiche e ciò rafforza ancora di più il concetto di modificazioni del DNA repentine che non sono vincolate a tempi lunghi e a mutazioni. Quindi se mi chiedi come la scienza definisce l’uomo ti potrei rispondere con la tassonomia mentre se mi chiedi di definire un particolare uomo ti potrei rispondere quasi con l’epigenetica che non solo ci racconta qualcosa delle generazioni passate ma ci mostra anche cosa siamo noi in base all’ambiente con cui siamo a contatto.
Biologa: Alcuni stili di vita possono essere comunemente associati a modifiche epigenetiche deleterie. Alcuni studi rivelano che potrebbe esserci una correlazione causa-effetto di questo tipo in patologie la cui eziologia non è ancora nota. Se così fosse e se si partisse dal concetto iniziale che queste modificazioni si possono instaurare prima del concepimento (come indicato dallo studio di Brian G Dias e Kerry J Ressler), cosa è giusto fare per le generazioni future da un punto di vista etico? Esiste una responsabilità individuale o è corretto parlare di responsabilità collettiva?
Filosofo: Ritornando al tema del rapporto tra scienza e filosofia e al discorso fatto da Luca Mercalli, potrei partire dal dirti quali responsabilità hanno le due discipline nello specifico, attraverso un autore che ci ha illuminato sulla questione a partire dagli anni ‘70, Hans Jonas. Nel 1979 ha scritto uno dei capisaldi della filosofia contemporanea, Il principio responsabilità dove, secondo me, è stato in grado di mostrare che tipo di ruolo deve avere la società scientifica nella responsabilizzazione verso l’ambiente e le generazioni future. Nello specifico ritiene che l’analisi statistica che indaga le conseguenze dell’agire umano in virtù del loro impatto ambientale, assume, nel contesto della responsabilità, l’immagine del futuro di cui l’essere umano deve avere timore: se si deve constatare un principio di responsabilità, è fondamentale chiarire, attraverso dati statistici, quali saranno le conseguenze pratiche nella vita dell’essere umano se il comportamento odierno non verrà sostituito con una condotta più attenta; in altre parole la scienza deve rispondere alla domanda: quali certezze si hanno sul fatto che, se si agisce in maniera pervasiva nei confronti della natura, ci saranno determinate conseguenze catastrofiche? Con l’intenzione di essere il più persuasivi possibili, viene ritenuto necessario rafforzare la conoscenza con il compito di mostrare delle previsioni ipotetiche basate su certezze scientifiche; l’agire della scienza in questo senso viene definito da Jonas una futurologia comparata. Tale futurologia consiste in un sapere che funge da concatenamento tra teoria e prassi: ci permette di individuare il male possibile ed attuare azioni quotidiane per poterlo evitare.
Per quanto riguarda la responsabilità umana individuale e collettiva invece, credo che una riflessione debba partire dai dati scientifici che possano indirizzare l’agire umano: i dati infatti ci dicono che abbiamo una responsabilità oggettiva verso l’ambiente e le persone che nasceranno. Sappiamo infatti che malgrado le generazioni future esistano solo in senso potenziale, o addirittura possibile, sappiamo che quasi sicuramente ci saranno esseri umani che avranno la stessa capacità di esperire certi piaceri e, soprattutto, certe sofferenze assai simili ad alcune di quelle che esperiamo noi e che possiamo chiamare fondamentali. I dolori, insiti nella natura umana, possono riferirsi ad esempio alla mancanza di materie prime per la sopravvivenza come acqua e cibo, causate dalla responsabile uso delle risorse del pianeta. Ci ricorda Eugenio Pontara in un meraviglioso saggio dal titolo Etica e generazioni future proprio questo elemento:
possiamo plausibilmente assumere che gli individui futuri proveranno piacere quando il loro corpo e la loro mente sono nel pieno vigore delle loro funzioni, e che soffriranno se non hanno acqua e cibo a sufficienza, se si ammalano di serie malattie e non hanno la possibilità di curarsi, se i loro cari saranno uccisi ecc...
Aurelio Peccei, imprenditore italiano, ormai morto da alcuni anni, ci mostra quale debba essere, a partire da questa responsabilità assodata, l’atteggiamento che l’essere umano deve avere verso il pianeta, ossia profondamente realista: secondo Peccei occorrerebbe nuova fase culturale che implichi una conoscenza filosofico-scientifica dei limiti reali del pianeta. Nella pratica questo atteggiamento deve passare dal ridimensionamento qualitativo della nostra vita quotidiana, il che, lo sappiamo, comporta sacrifici. Bisogna capire se e quanto siamo disposti a sacrificarci per il pianeta; Siamo noi a scegliere il nostro futuro e quello delle generazioni che verranno.
Biologa: Grazie mille per queste riflessioni. Da biologa molecolare ovviamente non mi sbilancio su temi più ambientali perchè ritengo debbano farlo persone più preparate di me ma vorrei concludere questo nostro discorso con una riflessione: siamo frutto dell’ambiente e del modo con il quale ci rapportiamo con questo. L’epigenetica ci mostra l’incredibile influenza dell’ambiente su ciò che siamo individualmente e su ciò che saranno i nostri figli ancora prima del loro concepimento. La responsabilità è quindi reale, esiste. Il modo in cui si muoverà il dibattito sul piano etico, umanistico e giuridico sarà quindi determinante per salvaguardare le future generazioni ed è per questo che ha senso parlare anche di responsabilità collettiva. Per ricollegarci alle prime domande, si tratta proprio di quei casi in cui il contributo è unidirezionale, la scienza passa la palla alla filosofia. Il tuo discorso, a mio modesto parere, sarà quindi ancora ampliato e rimodellato alla luce delle conoscenze attuali che daranno una forte spinta verso una comprensione più profonda degli esseri viventi, tra cui l’homo sapiens.
Articolo scritto da
Michela Di Criscio - Biologia Molecolare UniSi
Davide Berardini - Filosofia UniTo



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